Perché si collaborava con i nazisti?

“Le azioni erano terrificanti, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco, né mostruoso. Eichmann ha sempre agito all’interno dei ristretti limiti permessi dalle leggi, non facendo altro che obbedire, con profondo senso del dovere, agli ordini”.
(Hannah Arendt)

Se una mente come quella di Hitler sviluppò un pensiero tanto orribile, cosa convinse tante persone a seguirlo?

Nel Processo di Gerusalemme del 1961, il gerarca Adolf Eichmann impostò la sua linea difensiva dichiarando di essere “solo un grigio burocrate che eseguiva gli ordini dei suoi superiori”.

Quindi centinaia di migliaia di soldati ed ufficiali tedeschi avevano attuato materialmente lo sterminio di 6 milioni di Ebrei senza fiatare e solo come diretta conseguenza degli ordini impartiti?

C’è da dire che non sempre le nefandezze compiute venivano accettate e perpetrate da tutti i tedeschi indistintamente: basti pensare che Hitler fu l’obiettivo di ben 15 attentati, per comprendere quanto controversa fu la sua gestione del potere e la scelta di annientare un intero popolo.

Foto dell'uomo che rifiutò il saluto ad Hitler
1936 – August Landmesser si rifiuta di salutare Adolf Hitler, dopo essere stato espulso dal partito nazista in quanto fidanzato di una donna ebrea, Irma Eckler, che successivamente morì in un campo di sterminio

Si trattava però di minoranze che non riuscirono a incidere sull’esito della “soluzione finale”, gran parte dei tedeschi appoggiava fattivamente ed entusiasticamente il regime nazista – legittimamente salito al potere nel 1932 a seguito di libere elezioni – e le sue decisioni.

Il Processo di Gerusalemme e le parole di Eichmann incuriosirono molto lo psicologo Stanley Milgram, e lo spinsero a condurre un esperimento, per studiare le dinamiche psicologiche dell’obbedienza.

Esperimento di Stanley Milgram
Esperimento di Stanley Milgram

L’esperimento prevedeva tre soggetti, lo sperimentatore (l’autorità), l’insegnante (agli ordini dello sperimentatore) e l’allievo (soggetto alla volontà dell’insegnante).

L’insegnante e l’allievo venivano posti in stanze diverse, il primo veniva munito di una serie di bottoni, mentre il secondo era collegato ad una macchina in grado di erogare una scarica elettrica.

Quando lo sperimentatore dava inizio all’esperimento, l’insegnante leggeva una serie di coppie di parole.

Gli veniva poi chiesto di ripetere la prima parola di ogni coppia, a cui l’allievo doveva rispondere ricordando la seconda; in caso di errore lo sperimentatore dava ordine all’insegnante di somministrare una scarica elettrica all’allievo, di intensità crescente man mano che quest’ultimo commetteva errori, fino a raggiungere voltaggi palesemente insopportabili da un essere umano.

Ovviamente l’esperimento si basava su una finzione non nota all’insegnante: l’allievo era complice dello sperimentatore e le urla di dolore erano state preregistate.

Fatto sta che la maggioranza dei soggetti “insegnanti” premevano anche i pulsanti corrispondenti ai voltaggi letali, spinti e sorretti dallo sperimentatore che li deresponsabilizzava, assicurando loro assoluta impunità.

Il vero obiettivo di Stanley Milgram era quello di valutare fino a che punto gli uomini fossero propensi a mettere da parte la propria coscienza morale di fronte agli ordini di un’autorità superiore, sentendosi così liberi da ogni colpa.

Quest’esperimento e le sue risultanze sorprendenti, lungi dal giustificare chicchessia e dal sollevare in qualsiasi modo la Germania e i nazisti dagli orrori oggettivamente compiuti, possono in qualche maniera mostrare come l’esecuzione di ordini ignobili e disumani abbia trovato negli ufficiali e nei soldati braccia e mani pronte ad attuarli senza porsi troppe domande.

“Persone ordinarie che si limitano a svolgere un lavoro, senza provare per parte loro alcuna particolare ostilità, possono diventare agenti in un terribile processo di distruzione. Inoltre, anche quando gli effetti distruttivi del loro lavoro diventano palesi, e viene loro chiesto di compiere azioni incompatibili con le basi fondanti della moralità, relativamente poche persone hanno le risorse necessarie per resistere all’autorità.”
(Milgram, 1974)

Fonti:

La Memoria rende Liberi - Memory makes us Free - ISIS Europa