Cosa è la Soluzione Finale?

La gran massa dei tedeschi ignorò sempre i particolari più atroci di quanto avvenne più tardi nei Lager: lo sterminio metodico e industrializzato sulla scala dei milioni, le camere a gas tossico, i forni crematori, l’abietto sfruttamento dei cadaveri, tutto questo non si doveva sapere, ed in effetti pochi lo seppero, fino alla fine della guerra. Per mantenere il segreto, fra le altre precauzioni, nel linguaggio ufficiale si usavano soltanto cauti e cinici eufemismi: non si scriveva «sterminio» ma «soluzione definitiva», non «deportazione» ma «trasferimento», non «uccisione col gas» ma «trattamento speciale», e così via. (Primo Levi)

Per esempio “casetta bianca” e “casetta rossa” erano i nomi con cui venivano indicate le prime due camere a gas (provvisorie) posizionate nel bosco di betulle (Birkenau = Betulle) accanto al campo Auschwitz 2.

Non fu solo per questo che i nazisti decisero di utilizzare parole “delicate” per definire e descrivere il loro piano per l’annientamento della popolazione ebraica: la Soluzione Finale; questo artificio linguistico era anche utile come giustificazione ideologica, come se davvero con la soluzione finale si stesse risolvendo un problema importante ed essenziale.

Quest’espressione (in lingua tedesca Endlösung der Judenfrage) fu usata dai nazionalsocialisti a partire dalla fine del 1940, in riferimento agli spostamenti forzati e alle deportazioni degli ebrei, poi, dall’agosto del 1941, venne utilizzato per indicare lo sterminio sistematico degli stessi, che oggi viene comunemente identificato con il termine Shoah, e nel mondo anglosassone con Olocausto.

soluzione finale: sintesi
soluzione finale: sintesi

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